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Comunicazione

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Mostra di Pittura

La mostra di pittura

Sabato 1 febbraio 2020, presso la sede della Fondazione “Stefani” onlus in via Fontana 42 a Noventa Vicentina, è stata inaugurata l’esposizione delle opere realizzate nell’ambito del LABORATORIO DI LIBERA ESPRESSIONE GRAFICA E PITTORICA condotto dall’esperta Erika Garbin (artista e arte-terapeuta) e dall’operatrice Franca Brun (operatrice in musicarterapia nella globalità dei linguaggi – metodo Stefania Guerra Lisi).

La proposta fatta ai partecipanti è stata quella di dipingere liberamente, liberarsi dall’idea di un disegno con un soggetto figurativo, concentrandosi nel trasferire le proprie emozioni sulla tela o foglio attraverso il gesto pittorico e il colore.

Durante le attività di laboratorio, abbiamo incentivato la produzione artistica, sottolineando l’importanza della spontaneità e della libera espressione, del lasciarsi andare alle emozioni vissute in quel momento, “dipingere di pancia” e gettare fuori le proprie emozioni.
Per capire meglio questo processo creativo pittorico è stato fatto anche un lavoro teorico, spiegando cos’è l’espressionismo astratto e osservando le opere di alcuni artisti di questa corrente artistica.

Da queste riflessioni e svariate sperimentazioni sono emersi gli stili individuali dei partecipanti al laboratorio. Per valorizzare e comprendere meglio il valore estetico, concettuale ed espressivo delle opere prodotte da ogni utente è stato pensato un lavoro di parallelismo tra il partecipante ed un’artista dell’espressionismo astratto.

COSA È LA LIBERA ESPRESSIONE

La libera espressione grafica e pittorica è quella capacità, tipica dei bambini, di creare elementi espressivi senza la mediazione degli schemi appresi o mediati dai passaggi maturativi e dall’insegnamento delle regole artistiche ed estetiche.
Con questo metodo di lavoro si cerca di creare un equilibrio tra regole del gioco e libertà espressiva.
È un “gioco” libero a tutti e adatto a tutte le età nel quale le regole non devono mai essere vissute come delle limitazioni.
Grazie all’utilizzo di questo tipo di laboratorio si vuole dare l’opportunità a bambini, ragazzi o adulti di esprimere sé stessi, attraverso la realizzazione di elaborati che li rappresentano e che permette loro di lasciare la propria traccia. L’utilizzo di questa forma di linguaggio non verbale può facilitare l’espressione di sé. Il lavoro di gruppo, inoltre, dà l’opportunità di sperimentare la collaborazione, la
condivisione, il rispetto dei tempi e l’accettazione dell’altro al fine di realizzare un progetto comune.

L’artista moderno, mi pare, lavora per esprimere un mondo interiore; in altri termini: esprime il movimento, l’energia e altre forze interiori.
Jackson Pollock

ESPRESSIONISMO ASTRATTO

L’Espressionismo Astratto è una delle più importanti correnti artistiche del dopoguerra.
Sviluppatosi in America, rappresenta il fenomeno di punta nel generale clima di affermazione della pittura non figurativa, che ha caratterizzato la seconda metà degli anni ’40 e gli anni ’50.
Sinonimo è il termine Action Painting (pittura d’azione), coniato nel 1952 dal critico Harold Rosenberg.

Nella sua genericità, il termine “Espressionismo Astratto” ha il pregio di evidenziare due attributi fondamentali di tutta la corrente:

  • il ruolo centrale assegnato all’individualità dell’artista
  • lo sviluppo di un linguaggio pittorico di tipo astratto

Per il tipo particolare di astrattismo, in cui non appaiono forme definite, l’Espressionismo Astratto viene accomunato all’informale europeo. Se ne differenzia per il senso di libertà dalla tradizione e il respiro più ampio, elementi da correlare al contesto americano in cui è nato.
Gli espressionisti astratti hanno una visione dell’arte libera da contingenze storiche, sociali, politiche ed estetiche. L’arte consiste nell’atto stesso del dipingere. Al centro del lavoro è l’individualità dell’artista, che si pone in una condizione di rischio, mette in gioco la propria esistenza in senso psicologico e spirituale. Luogo di esistenza dell’artista e dell’arte è il quadro, spazio libero da convenzioni estetiche, in cui l’artista convoglia le proprie emozioni e la propria energia vitale.
Particolarmente esplicativa in tal senso è la denominazione “Action painting”, perché sottolinea l’urgenza dell’azione per l’artista.

L’artista esiste non perché raffigura qualcosa, ma perché sceglie di agire. “Azione” intesa come assunzione del rischio di dipingere il quadro senza un progetto, lasciando che il quadro nasca e si riveli al momento. “Azione”, quindi, come auto-conferma dell’esistenza dell’artista.

La concezione dell’opera d’arte come azione vitale e liberatrice, in cui l’artista è coinvolto con tutta la sua personalità, è l’aspetto fondamentale alla base di tutto l’Espressionismo Astratto. Da esso discendono altre caratteristiche:

  • l’organizzazione di forme definite o del tutto fluide in un impianto astratto;
  • la presenza di elementi totemici, che si rifanno alla simbologia classica o degli indigeni americani;
  • la tendenza dell’artista a lasciarsi trasportare dal “gesto”, dall’elemento motorio, in parte derivato da atteggiamenti rituali degli indiani d’America;
  • l’impiego di tecniche pittoriche particolari, come graffiature, sgocciolature, spazzolate o vaste spatolate di colore;
  • la tendenza a impiegare tele di grandi dimensioni;
  • un repertorio di immagini monumentali.

Il fatto di concepire l’opera d’arte come luogo dell’azione è comune a tutti i vari esponenti dell’Espressionismo Astratto. Nondimeno, all’interno della corrente si sono fatti strada modi diversi di interpretare tale atteggiamento. Alla fine degli anni ’40, in coincidenza con l’elaborazione di uno stile maturo da parte degli autori, hanno cominciato a delinearsi alcuni indirizzi. A dominare la scena sono stati essenzialmente due:

  • un indirizzo gestuale, che si caratterizza per il rilievo dato alla componente emotiva motoria del dipingere. Si manifesta attraverso pennellate e sciabolate piene di energia, sgocciolature (dripping) e spruzzi di colore, che possono suggerire un’idea di lotta o di danza. Principali esponenti sono Jakson Pollok, Williem De Kooning, Franz Kline e Robert Motherwell.
  • un indirizzo contemplativo, che si caratterizza per il rilievo dato alla componente spirituale contemplativa del dipingere. Si manifesta attraverso enormi tele con vaste forme fluttuanti, ampie stesure monocromatiche, che conferiscono un’atmosfera meditativa all’ambiente in cui sono collocate. I principali interpreti sono Mark Rothko, Adolph Gottlieb, Clyfford Still, Barnett Newman, Ad Reinhardt.

 

a un certo punto, uno dopo l’altro, tutti i pittori americani cominciarono a considerare la tela un’arena in cui è necessario agire… quello sulla tela non fa più un dipinto ma un evento.
Harold Rosemberg

Marco Ceolato

Marco dipinge ampie campiture di colore che evocano atmosfere di paesaggi avvolti nella nebbia.

La tecnica che utilizza è quella di sovrapporre ripetutamente pennellate di colore incrociandole in verticale e orizzontale, dipinge scaricando il pennello fino a renderlo quasi asciutto, questo gli permette di creare delle superfici molto sfumate, quasi di  colore uniforme.

Non ha una predilezione particolare di colori, ma tende ad usarli tutti accostandoli e abbinandoli in sequenza, solitamente inizia a dipingere dall’alto a sinistra creando un angolo, poi si sposta a lavorare al centro della tela e termina concentrandosi sui bordi. Le tele che ne risultano sono della ampie campiture di un colore apparentemente indefinito, ma che osservate attentamente, avvicinandosi alla tela, rivelano tutti i colori usati.

Quando Marco dipinge è concentrato e rilassato pur essendo  in continuo movimento, compie degli ampi gesti quasi come fosse un attore su di un  palcoscenico ed esprime così la sua gratificazione nel dipingere.

Osservando i suoi lavori viene spontanea l’associazione con il lavoro di Mark Rothko, artista statunitense dell’espressionismo astratto, anche la citazione di Rotko che segue sembra appartenere al mondo di Marco.

Il critico Robert Goldwater definisce la pittura di Kline con delle parole che evocano il lavoro di Monica “la registrazione spontanea e senza ritocchi di uno stato dell’animo impulsivo, annotato con larghe, confidenti pennellate“, compiendo poi un’osservazione che induce ad una più approfondita riflessione sui quadri di questo artista: “Solo pochi di essi sono stati eseguiti di getto. Molte di quelle larghe pennellate direzionali, la cui forza sembra il prodotto di un singolo gesto ispirato, furono in realtà
dipinte con piccoli colpi di pennello; spesso un intero quadro smisurato ha il suo modello in uno degli innumerevoli piccoli schizzi di Kline.

Mark Rothko

Dopo aver lasciato la Russia all’età di dieci anni ed essersi trasferito con la famiglia nell’Oregon, Rothko si sposta a New York nel 1925, dopo aver frequentato l’università di Yale senza laurearsi.

A New York entra in contatto con tutti gli artisti che costituiranno negli anni quaranta e cinquanta la cosiddetta scuola di New York, come Gottlieb, Newman, Motherwell, Baziotes.

La sua prima personale è nel 1933, la sua pittura mostra prima un’inclinazione verso l’astrazione, poi viene attratto dal surrealismo e dal primitivismo.

Nel 1945 Peggy Guggenheim lo ospita per una personale nella sua galleria Art of this Century, ma è a partire dai tardi anni quaranta che il suo lavoro diventa autonomo e personalissimo, caratterizzato da grandi superfici rettangolari e orizzontali di colore, i cui colori sfumano in una sorta di luminosità affascinante, metafora di una emozionante “cultura della luce”, che forse ha i suoi precedenti nella tradizione russa delle icone. La pittura a grandi campiture di colore sfumata rappresenta l’acme dell’astrazione intesa come possibilità di contemplazione e metafora di trascendenza.

Nel 1958 riceve la prima commissione monumentale, cui ne seguono altre negli anni sessanta, la più famosa delle quali è la decorazione di una cappella interreligiosa a Houston nel Texas. Questa viene consacrata nel 1971, un anno dopo che l’artista si è tolto la vita nel suo studio di New York.

“Penso ai miei dipinti come a opere teatrali: le forme che appaiono sono degli attori sul palcoscenico. Nascono dall’esigenza di trovare un gruppo di interpreti in grado di muoversi sulla scena senza imbarazzo e di compiere gesti teatrali senza vergogna. Non è possibile prevedere né descrivere in anticipo quale sarà l’azione o chi saranno gli attori. Tutto ha inizio come in un’avventura sconosciuta, in un mondo mai veduto prima. È solo nel momento del compimento di questa avventura che ci rendiamo conto, come per un’illuminazione improvvisa, che ciò che si è concretizzato sulla scena è proprio quello che deve concretizzarsi. Tutti i programmi, tutti i concetti che avevamo all’inizio erano solo una via di uscita che ci ha permesso di abbandonare il mondo da cui questi stessi concetti hanno avuto origine”

Monica Marinello

La pittura di Monica è caratterizzata dalle tracce multicolore lasciate da ampi gesti lenti ma decisi, stende il colore su tutta la superficie della tela utilizzando pennelli grandi e tutti i colori a disposizione della tavolozza. Incrocia colori e pennellate in modo armonico ma senza sovrapporre con insistenza le pennellate, mantenendo così segni non troppo sfumati. Dipinge in tutto lo spazio della tela e come tocco finale spesso lascia delle pennellate più evidenti e di contrasto che spiccano su un fondo multicolore. Nelle opere di Monica è piacevole cercare e contemplare le macchie di colore e le sfumature create dalla sovrapposizione del gesto pittorico.

Come per tutti i partecipanti all’atelier, si nota la sua concentrazione e la soddisfazione nel produrre le sue opere.
Viene spontaneo fare un parallelo con l’artista Franz Kline per la caratteristica della pennellata e il risultato cromatico finale dell’opera.

Il critico Robert Goldwater definisce la pittura di Kline con delle parole che evocano il lavoro di Monica “la registrazione spontanea e senza ritocchi di uno stato dell’animo impulsivo, annotato con larghe, confidenti pennellate“, compiendo poi un’osservazione che induce ad una più approfondita riflessione sui quadri di questo artista: “Solo pochi di essi sono stati eseguiti di getto. Molte di quelle larghe pennellate direzionali, la cui forza sembra il prodotto di un singolo gesto ispirato, furono in realtà
dipinte con piccoli colpi di pennello; spesso un intero quadro smisurato ha il suo modello in uno degli innumerevoli piccoli schizzi di Kline.

Franz Kline

Franz Kline nasce nel 1910 in Pennsylvania e studia all’Art Students League, New York, dal 1931 al 1935, e alla Heatherley School of Fine Art di Londra dal 1935 al 1938. Rientra negli Stati Uniti nel 1939 e si stabilisce a New York. Negli anni trenta e quaranta le sue opere sono ancora di natura rappresentativa: Kline traduce soggetti animati in gesti e pennellate semplici e rievoca i paesaggi industriali della Pennsylvania nativa, dipinge, inoltre, murali e ritratti. Nel 1943 Kline conosce Willem de Kooning e alcuni anni dopo Jackson Polloc e in questi anni si interessa all’arte giapponese.

La sua prima personale è organizzata alla Egan Gallery di New York nel 1950 e lo impone come uno dei maggiori esponenti dell’Espressionismo astratto. A partire dalla metà degli anni cinquanta Kline inizia a dipingere a colori. Partecipa a numerose esposizioni internazionali, come la Biennale di Venezia nel 1956 e la Biennale di San Paolo, in Brasile, nel 1957. Muore nel 1962 a New York.

“Invece di tracciare un segno che puoi interpretare, traccia un segno che non puoi interpretare”

Raffaella Da Prada

Raffaella inizialmente tende ad essere incerta e rigida sia nel gesto che nella scelta dei soggetti.

Si dedica ad una pittura schematizzata e figurativa di carattere infantile, con un graduale e impegnativo processo di decostruzione della figura. I primi soggetti, infatti, sono dei paesaggi, la mamma, il suo lago.

Questo tipo di pittura figurativa richiede più riflessione e tecnica, mentre il nostro obiettivo era quello di liberare Raffaella nel gesto pittorico tipico dell’ espressionismo astratto. Per fare questo passaggio le è stato proposto di sovrapporre la pittura ad alcuni dei suoi primi lavori figurativi con delle pennellate di colore che sfumassero la figura fino a fonderla in macchie di colore, che sembrano casuali ma in realtà hanno una loro storia ed un senso nel quadro, creando movimento e vibrazioni cromatiche tipiche del Tachisme.

Raffaella si libera utilizzando sempre più materia e dipingendo con maggiore velocità e spontaneità, apprezza anche le sfumature ottenute dalle sovrapposizioni, a volte casuali, del colore. Più si fa libera e spontanea la pennellata, più si nota in Raffaella la gratificazione e il benessere ottenuto dal produrre arte, il gesto pittorico diventa momento di sfogo e di liberazione dalle emozioni interiori. Quando dipinge sembra danzare e si lascia trasportare dal ritmo della musica che viene utilizzata come sottofondo.

Per questo processo di evoluzione ci sono voluti una decina di incontri. Ora Raffaella sperimenta con più scioltezza e coinvolgimento emotivo la pittura di tipo gestuale ed astratta. Al termine dell’attività esprime verbalmente il suo stupore e verbalizza riflessioni interessanti sul suo lavoro e la descrizione della scelta dei colori e delle loro disposizioni. Anche per Raffaella alcune volte è necessario lavorare più giorni sulla stessa tela.

“Le gocce di colore che colano sono come lacrime di felicità”

Raffaella Da Prada

Hans Hoffman

Trascorse i primi anni della sua vita a Monaco di Baviera, dove studiò ed operò fino al 1903. L’anno successivo si trasferì a Parigi e vi rimase fino al 1914, dieci anni in cui incontrò Picasso, Braque, Matisse e Delanuay e si strinse al gruppo dei cubisti. Al momento dello scoppio della Grande Guerra si trovava a Monaco e qui rimase, dedicandosi all’insegnamento. Aprì nel 1915 la scuola d’arte “Hans Hofmann” e la lasciò soltanto nel 1930, quando venne invitato a tenere dei corsi estivi in California. L’innata propensione pedagogica, che lo vide ancora insegnante saltuario nel 1931 a Los Angeles e a Berkeley nuovamente, determinò, quando l’anno successivo si trasferì definitivamente negli Stati Uniti, la sua funzione più valida di portatore e catalizzatore della cultura europea di fronte alla situazione americana carica di nuovi fermenti.

Ebbe funzione di maestro sull’avanguardia americana anticipando, se pur non realizzandoli completamente, i modi dell’Action Painting. Verso il 1940 divenne uno dei massimi esponenti della pittura astratta nella forma denominata Tachisme, ove la superficie del quadro si presenta cosparsa da macchie colorate senza un ordine apparente, la cui dislocazione e consistenza materica stabiliscono il fattore movimento.

A partire da questo momento Hofmann dipinse i suoi quadri fondamentali e contemporaneamente continuò ad operare sul terreno dell’insegnamento a New York, in scuole da lui stesso aperte e che portano tuttora il suo nome.

Francesco Baltes

Il lavoro di Francesco è frutto di un periodo di sperimentazione, di una continua evoluzione e scoperta prima di trovare la dimensione, il soggetto e la tecnica che più lo soddisfa. Siamo partiti proponendo tele piccole, bianche oppure in fantasia floreale. Nel caso delle tele in fantasia Francesco ne segue il disegno oppure lo ripete semplificadolo e sovrapponendolo. In quest’ultima situazione sembra essere più contenuto e meno gratificato rispetto a quando dipinge su tele grandi. Per  questo abbiamo deciso di concentrarci sull’ utilizzo di grandi superfici (fino a 100 x 70 cm). Abbiamo anche sperimentato l’uso di pastelli ad olio e in queste circostanze  Francesco appare  particolermente rilassanto, il suo gesto è fluido e libero.

Ora Francesco disegna e dipinge unendo le due tecniche lavorando sulla realizzazione di grandi cerchi concentrici. Con calma e gesto ripetitivo caratterizzato da piccoli trati, realizza dei cerchi e ne colora gli spazi intermedi o sovrappone colori su colori. Una sua tela richiede  più di un giorno di attività. Negli ultimi incontri Francesco aggiunge un nuovo elemento, la scrittura, scrive il suo nome sempre ripetendolo più volte e sovrapponendolo alla pittura.

Francesco Baltes e Kenetth Noland

Kenetth Noland

La forma preferita dell’artista non ha inizio ne fine ne alto ne basso: potrebbe quasi essere una prosecuzione delle ricerche di Albers che invece prediligeva il quadrato.

Kenneth Noland nasce nel 1924 ad Asheville, in North Carolina. Diplomatosi alla scuola superiore entra nell’aeronautica militare. Nel 1946-48 studia con Josef Albers e Ilya Bolotowsky al Black Mountain College, vicino ad Asheville, e nel 1948 è a Parigi per studiare pittura e scultura nello studio di Ossip Zadkine.

La sua prima personale risale al 1949, alla Galerie Raymond Creuze di Parigi. Rientrato negli Stati Uniti nel 1949, si stabilisce a Washington, D.C., dove insegna all’Institute of Contemporary Art e alla Catholic University.

Se le sue prime opere risentono dell’influenza di Paul Klee, studiato in precedenza, nei primi anni ’50 è evidente quella di Jackson. Nel 1952 diventa amico di Morris Louis, con cui condivide l’interesse per Pollock. Nel 1958 Noland inizia a dipingere anelli di colore prestando molta attenzione all’interazione tra gli stessi colori, allontanandosi, così, dall’Espressionismo astratto. Nel 1963 sostituisce il motivo ad anelli con un motivo a zig-zag. Le sue opere sono presentate a “Painting and Sculpture of a Decade, 1954–1964” alla Tate Gallery di Londra nel 1964, e “The Responsive Eye” al Museum of Modern Art di New York nel 1965. Alla fine degli anni ’60 Noland inizia a dipingere secondo un nuovo stile, caratterizzato da righe orizzontali di colore. Negli stessi anni inizia anche a creare sculture in acciaio. Nel decennio successivo inserisce forme irregolari nelle sue opere, che continuano ad esplorare il colore. Partecipa alla mostra “American Color” al Visual Arts Museum di New York nel 1976.

Marco Ferrigolo

La pittura di Marco è caratterizzata dalla spontaneità e immediatezza del gesto pittorico: poche pennellate ma decise e intense, non usa tutti i colori come spesso fanno gli altri partecipanti del laboratorio, lui sceglie con più attenzione e contempla molto il suo lavoro prima di agire con una nuova pennellata. I suoi dipinti non sono grandi, ha bisogno di tele più piccole rispetto agli altri partecipanti al laboratorio, come se avesse bisogno di contenimento.

È un lavoro decisamente intenso ma più concentrato e calcolato, c’è anche una riflessione più attenta e alcune volte simbolica data dai titoli che lui attribuisce ai suoi dipinti ad esempio: Libertà, colori in armonia, sole fermo, confusione, la mia espressione.

Nei momenti di inattività Marco osserva il lavoro del gruppo e fa osservazioni molto particolari e adeguate, cogliendo con sensibilità e precisione, dettagli e sensazioni che gli vengono trasmesse dai prodotti pittorici dei compagni.

“Ho dato una pennellata di verde perché il verde è speranza”

Marco Ferrigolo

Emilio Vedova

Nato a Venezia nel 1919 da una famiglia di artigiani-operai, inizia a lavorare intensamente da autodidatta. Nel 1942 aderisce al movimento antinovecentista “Corrente”.

Antifascista, partecipa tra il 1944 e il 1945 alla Resistenza e nel 1946, a Milano, è tra i firmatari del manifesto “Oltre Guernica”. Nello stesso anno a Venezia è tra i fondatori della “Nuova Secessione Italiana” poi “Fronte Nuovo delle Arti”. Nel 1948 partecipa alla sua prima Biennale di Venezia, manifestazione che lo vedrà spesso protagonista: nel 1952 gli viene dedicata una sala personale, nel 1960 riceve il Gran Premio per la pittura, nel 1997 riceve il prestigioso Leone d’Oro alla carriera. All’inizio degli anni cinquanta realizza i suoi celebri cicli di opere: Scontro di situazioni, Ciclo della Protesta, Cicli della Natura.

La sua carriera artistica è caratterizzata da una costante volontà di ricerca e forza innovatrice. Negli anni settanta realizza i Plurimi/Binari dei cicli, Lacerazione e i Carnevali e negli anni ottanta i grandi cicli di “teleri” fino ai Dischi, Tondi, Oltre e …in continuum. Tra le ultime mostre personali di rilievo, la grande antologica al Castello di Rivoli nel 1998 e, dopo la sua scomparsa nel 2006, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e alla Berlinische Galerie di Berlino.

La pittura gestuale di Vedova nei Plurimi si radicalizza fino al contagio dell’osservatore di cui richiama direttamente il gesto. Il pubblico è pertanto obbligato a non limitarsi esclusivamente alla pratica dello sguardo, ma è sollecitato a impegnare il proprio corpo in un’esplorazione che può comportare un’azione ulteriore rispetto all’attraversamento delle opere come se fossero quinte teatrali. Adescato da alcuni elementi preposti al movimento, tra cui principalmente la cerniera, il pubblico è invitato ad intervenire nella formazione della relativa e momentanea morfologia dell’esperienza artistica. Questo articolo è teso a sottolineare l’unicità dei Plurimi nel panorama dell’arte contemporanea.