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Alla scoperta dei nostri artisti: Marco Ceolato

3 settimane ago · · 0 comments

Alla scoperta dei nostri artisti: Marco Ceolato

Marco dipinge ampie campiture di colore che evocano atmosfere di paesaggi avvolti nella nebbia.

La tecnica che utilizza è quella di sovrapporre ripetutamente pennellate di colore incrociandole in verticale e orizzontale, dipinge scaricando il pennello fino a renderlo quasi asciutto, questo gli permette di creare delle superfici molto sfumate, quasi di  colore uniforme.

Non ha una predilezione particolare di colori, ma tende ad usarli tutti accostandoli e abbinandoli in sequenza, solitamente inizia a dipingere dall’alto a sinistra creando un angolo, poi si sposta a lavorare al centro della tela e termina concentrandosi sui bordi. Le tele che ne risultano sono della ampie campiture di un colore apparentemente indefinito, ma che osservate attentamente, avvicinandosi alla tela, rivelano tutti i colori usati.

Quando Marco dipinge è concentrato e rilassato pur essendo  in continuo movimento, compie degli ampi gesti quasi come fosse un attore su di un  palcoscenico ed esprime così la sua gratificazione nel dipingere.

Osservando i suoi lavori viene spontanea l’associazione con il lavoro di Mark Rothko, artista statunitense dell’espressionismo astratto, anche la citazione di Rotko che segue sembra appartenere al mondo di Marco.

“Penso ai miei dipinti come a opere teatrali: le forme che appaiono sono degli attori sul palcoscenico. Nascono dall’esigenza di trovare un gruppo di interpreti in grado di muoversi sulla scena senza imbarazzo e di compiere gesti teatrali senza vergogna. Non è possibile prevedere né descrivere in anticipo quale sarà l’azione o chi saranno gli attori. Tutto ha inizio come in un’avventura sconosciuta, in un mondo mai veduto prima. È solo nel momento del compimento di questa avventura che ci rendiamo conto, come per un’illuminazione improvvisa, che ciò che si è concretizzato sulla scena è proprio quello che deve concretizzarsi. Tutti i programmi, tutti i concetti che avevamo all’inizio erano solo una via di uscita che ci ha permesso di abbandonare il mondo da cui questi stessi concetti hanno avuto origine”

Mark Rothko

Mark Rothko

Dopo aver lasciato la Russia all’età di dieci anni ed essersi trasferito con la famiglia nell’Oregon, Rothko si sposta a New York nel 1925, dopo aver frequentato l’università di Yale senza laurearsi.

A New York entra in contatto con tutti gli artisti che costituiranno negli anni quaranta e cinquanta la cosiddetta scuola di New York, come Gottlieb, Newman, Motherwell, Baziotes.

La sua prima personale è nel 1933, la sua pittura mostra prima un’inclinazione verso l’astrazione, poi viene attratto dal surrealismo e dal primitivismo.

Nel 1945 Peggy Guggenheim lo ospita per una personale nella sua galleria Art of this Century, ma è a partire dai tardi anni quaranta che il suo lavoro diventa autonomo e personalissimo, caratterizzato da grandi superfici rettangolari e orizzontali di colore, i cui colori sfumano in una sorta di luminosità affascinante, metafora di una emozionante “cultura della luce”, che forse ha i suoi precedenti nella tradizione russa delle icone. La pittura a grandi campiture di colore sfumata rappresenta l’acme dell’astrazione intesa come possibilità di contemplazione e metafora di trascendenza.

Nel 1958 riceve la prima commissione monumentale, cui ne seguono altre negli anni sessanta, la più famosa delle quali è la decorazione di una cappella interreligiosa a Houston nel Texas. Questa viene consacrata nel 1971, un anno dopo che l’artista si è tolto la vita nel suo studio di New York.

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Fondazione Stefani

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